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Ancora su architettura dell’informazione e Web 3.0

Alcune riflessioni di Enrico Beltramini e Walter Passerini (apparse nel numero di Nova 24 di giovedì scorso) mi sembrano confermare efficacemente quella nuova concezione di design che ho cercato di tratteggiare nell’articolo precedente su architettura dell’informazione e Web 3.0.

L’articolo precedente: Architettura dell’informazione e Web 3.0.

Nel suo articolo “Hollywood fa scuola fra le aziende dell’economia globale”, Beltramini scrive:

Le industrie culturali, tra le quali quella discografica, il mercato dell’arte, la televisione e la radio confezionano e commercializzano esperienze, non prodotti materiali o servizi […]. Per questo, rappresentano un modello organizzativo ideale per un’economia globale che sta passando dalla mercificazione di beni e servizi alla mercificazione dell’esperienza culturale. […] Ci stiamo avvicinando a una forma di capitalismo immateriale in cui il prodotto è rappresentato dall’accesso al tempo e alla mente […]. In generale, il business migra […] dalla vendita di beni e servizi alla commercializzazione di intere aree dell’esperienza umana (Beltramini).

Il concetto di “accesso al tempo e alla mente” mi richiama immediatamente alla memoria le parole di Bruce Sterling, che nel suo libro La forma del futuro sostiene appunto l’evoluzione verso oggetti-SPIME, cioè oggetti conversazionali tracciabili nel tempo e nello spazio e capaci di una interazione molto più complessa con l’uomo. Questi oggetti sottendono a loro volta un mutamento nel concetto stesso di design: da progettazione di un singolo artefatto a progettazione di un’esperienza trasversale ai diversi contesti d’uso.

Quest’ultimo aspetto mi pare ribadito dalle parole di Walter Passerini, che nel suo articolo “È tempo di educare alla creatività”
scrive.

La cultura scientifica ci ha insegnato che, per comprendere la realtà, essa va ridotta in parti, in frammenti, per meglio analizzarla. Ora la comprensione del mondo richiede una cultura dei nessi, dei contesti, dei significati […].

La connessione dei saperi è la nuova bussola utilizzata dalle aziende più sensibili alla ricerca e alla creatività. La prima sfida è quindi quella di cercare persone libere, capaci di pensiero, che rifuggano le vecchie e inutili distinzioni: sapere pratico e sapere tout court, sapere scientifico e sapere umanistico, sapere locale e sapere globale (Passerini).