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L’architettura dell’informazione e il Web 3.0

La nuova frontiera dell’architettura dell’informazione è quella degli spazi informativi condivisi nella loro totalità, sia digitali sia fisici. In questa sorta di ritorno alle origini (il termine architettura dell’informazione è stato coniato proprio da un architetto) si intravede in realtà un obiettivo ambizioso: spostare il fuoco della progettazione dagli artefatti (digitali e non) ai processi nel tentativo di assicurare un modello organizzativo trasversale ai diversi contesti. L’architettura dell’informazione si pone in tal senso come leva del Web 3.0 dove fisico e digitale sono intimamente connessi.

Architettura dell’informazione 3.0

Dopo aver citato le definizioni di architettura dell’informazione che appariranno nella terza edizione del libro Architettura dell’informazione per il World Wide Web, Morville (2006) conclude:

Come queste definizioni tratte dalla terza edizione del Libro con l’orso polare (Polar Bear 3.0) suggeriscono, l’architettura dell’informazione si estende ben oltre le tassonomie e il web. […] Questo è il motivo per cui concordo pienamente con il business plan dell’Information Architecture Institute per ampliare la nostra disciplina verso l’intera varietà di spazi informativi condivisi. Spazi

  • digitali (ad es. software, siti web)
  • fisici (ad es. musei, biblioteche, ospedali)
  • procedurali (ad es. flussi di informazione nei processi lavorativi)

(Morville 2006).

Sulla scia delle parole di Morville, potremmo individuare tre fasi dell’architettura dell’informazione, più o meno corrispondenti alle tre edizioni del Polar Bear Book.

  1. AI come trasferimento di conoscenze da discipline storiche come la biblioteconomia e l’architettura verso il web
  2. AI strategica (o corporate) come supporto all’organizzazione dell’informazione aziendale nel suo complesso (non solo web)
  3. AI trasversale: organizzazione dell’informazione in contesti sia fisici sia digitali.

Design 3.0

Questo negli USA. Ma anche in Italia molte riflessioni tracciano una nuova rotta del design: ben oltre lo stereotipo del design come abbellimento, il design diviene progettazione o ripensamento dell’intera azienda, della filiera produttiva e distributiva nel suo insieme. Parallelamente alle fasi dell’architettura dell’informazione, anche per il design potremmo definire tre tappe cruciali:

  1. design come abbellimento
  2. design come progettazione di un artefatto
  3. design come progettazione di un servizio/processo.

A quest’ultima accezione mi pare facciano riferimento le riflessioni che riporto qui sotto.

Si sta facendo strada nella letteratura manageriale una rivisitazione del design che da “progettazione a forte valenza estetica” […] assume una connotazione più ampia, diventando espressione di un “progetto culturale” che l’impresa si propone di perseguire. Da questo punto di vista il design diventa parte integrante di un processo narrativo che l’impresa instaura con i propri consumatori e che contribuisce a trasformare l’innovazione del prodotto […], la costruzione e la gestione delle reti distributive, la definizione dei processi e dei contenuti della comunicazione (Bettiol, Micelli 2006)

il design viene spesso considerato “abbellimento”, “completamento” e non strategia di impresa e cultura di progetto e viene applicato solo ai prodotti (e non ai servizi). […] Bisogna quindi reinterpretare la (apparente) dicotomia fisico-virtuale: 1) i servizi (come le idee) devono essere “incarnati” in un supporto; 2) le tecnologie digitali hanno un potere “allargante” verso i prodotti: possono ridargli quell’anima (l’aura) che la riproduzione industriale gli aveva tolto (Granelli 2006).

Anche Sterling nel suo bellissimo libro La forma del futuro sostiene un design procedurale e narrativo, che dal singolo oggetto si sposta verso i processi e le relazioni uomo-artefatto. Una dimensione ecologica, olistica del design: uomo + artefatto + contesto.

Cosa significa architettura dell’informazione 3.0?

Affermare che l’architettura dell’informazione tende a occuparsi anche di spazi fisici non sembra poi una gran novità. In effetti lo stesso termine di architettura dell’informazione ha le sue origini in ambito architettonico, con Saul Wurman. L’evoluzione in atto è quindi un ritorno alle proprie radici? Se così fosse non ci sarebbe nulla di eclatante.

In realtà c’è molto di più. Lo possiamo scorgere (come in filigrana) se colleghiamo questo allargamento dell’architettura dell’informazione con l’idea di design proposta da Sterling (così come con le altre riflessioni di Bettiol, Micelli 2006 e Granelli 2006 riportate sopra). All’interno di un design di terza generazione inteso come progettazione di processi, l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione, da quelli fisici a quelli digitali e viceversa (è il concetto di esperienza-ponte). La compenetrazione di questi ambienti sta avanzando a ritmi tali da rendere sempre più difficile (se non poco logico) distinguere fra queste sfere d’azione.

Quante volte in una giornata passiamo dall’ambiente architettonico fisico a quello digitale e viceversa? Eppure, a questa compenetrazione nella prassi non ne corrisponde ancora una di tipo cognitivo. I nostri modelli di interazione non solo cambiano sensibilmente nel passaggio dal mondo fisico a quello digitale ma anche nel passaggio da un settore all’altro di uno stesso mondo (da un ambiente architettonico o urbanistico a un altro, dal software al web, da un software o un sito all’altro…).

È allora forse giunto il tempo di ripensare il design (nella sua totalità) in senso trasversale, come progettazione di processi (modelli organizzativi e di interazione) capaci di compenetrare i diversi contesti del nostro agire. In questo quadro, l’architettura dell’informazione può essere una delle leve del design 3.0. L’architettura dell’informazione 3.0 come volano del Web 3.0 (la Internet delle cose dove tutto è connesso).

Bibliografia