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Architettura dell’informazione e luoghi

“Cosa succede quando il design guarda a distribuire potere computazionale all’interno di un ambiente fisico? Che tipo di relazioni e nuove forme di ‘fare senso’ si possono incentivare nei musei, nei luoghi espositivi e in quelle realtà ibride in cui siano stati introdotti componenti interattivi ubiquitari”?


Prosegue il nostro viaggio sui rapporti fra architettura dell’informazione e spazi fisici. Dopo l’articolo precedente dedicato al punto vendita, affrontiamo stavolta il rapporto fra architettura dell’informazione e luoghi (in senso più generale), offrendo un riepilogo di ricerche sul tema.

Anzitutto va fatta una distinzione che può sembrare sottile ma che è invece cruciale: quella fra spazio e luogo. Ce la chiarisce un bell’articolo di Mariangela e Maurizio Scalzi Tra architettura e interaction design da cui è tratta anche la citazione dell’abstract.

Quello che dunque ci interessa sostenere in questo ambito progettuale è la rilevanza del concetto di luogo, e, di conseguenza, un approccio esperienziale al design degli ambienti che ogni giorno abitiamo. Non c’è dubbio che il modo di progettare gli spazi fisici, architettonici e sociali influenzi notevolmente il comportamento degli individui, stimoli o inibisca le loro attività. Inoltre, il modo in cui sono progettati gli spazi la dice lunga sulle caratteristiche culturali e sociali di una comunità e sui fenomeni di trasmissione e sedimentazione della conoscenza delle comunità stesse. In pratica permette di rintracciarne l’identità. Lo spazio, dunque, non è (solamente) un concetto geometrico. Lo spazio appartiene alla percezione laddove il luogo appartiene al mondo dell’esperienza.

Articoli

Bussolon, S. e D. Potente

2009. Quando i passeggeri progettano l’aeroporto: Architettura pervasiva e design partecipativo. Terzo Summit italiano di architettura dell’informazione.

Institute For The Future

Lamantia, J.

Resmini, A.

2009. Pervasive IA. IA Konferenz.

Scalzi M. e M. Scalzi

Tra architettura e interaction design. Digimag 01 (febbraio 2005).

Libri

Gnoli, C.

2007. La biblioteca semantica: Tecniche e metodi per applicare l’organizzazione della conoscenza alla gestione dei servizi. Editrice Bibliografica.

Greenfield, A.

2006. Everyware: The Dawning Age of Ubiquitous Computing. New Riders.

McCullough, M.

2005. Digital Ground: Architecture, Pervasive Computing, and Environmental Knowing. MIT Press.

Situated Technologies

2007- The Situated Technologies Pamphlet Series. Situated Technologies.

Weinberger, D.

2007. Everything Is Miscellaneous: The Power of the New Digital Disorder. Times Books.

Altro

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11 giu 2009


Commenti

Architettura dell’informazione e luoghi | 24 Blog News

[...] Architettura dell’informazione e luoghi [...]

11 giu 2009


Luigi Spagnolo

Un aspetto particolarmente interessante potrebbe essere quello di applicare il concetto di search anche agli spazi fisici, laddove invece, per ovvi motivi, l’interazione tipica è il browsing più o meno “sequenziale”.

Sullo spazio di Morville su Flickr c’è l’esempio di WineM (http://thingm.com/products/winem.html) che è una cantinetta per vini che, facendo uso di tag rfid e luci colorate, può essere “interrogata” con le modalità tipiche della faceted search.
Sarebbe carino un museo strutturato allo stesso modo, con tag rfid e luci colorate che guidano il visitatore lungo un percorso ad hoc ricavato in base alle sue preferenze e alle sue “query”. Anche se la cosa si scontra poi con i vincoli fisici: il rack per vini di cui sopra, così come i siti web, sono progettati per una esplorazione/ricerca da parte di un singolo utente alla volta.
Invece negli spazi fisici abbiamo più utenti per volta, ciascuno con i suoi personali obiettivi, magari anche in contrasto fra loro.

12 giu 2009


Luca Rosati

Ciao Luigi, concordo con la tua osservazione e con la rilevanza del searching.

Per quanto riguarda i “vincoli fisici” una possibilità è quella di aggiungere informazione ai prodotti svincolandola dal prodotto fisico stesso, veicolandola attraverso dispositivi mobili, schermi ecc.

Si potrebbe avere un punto vendita in stile Ikea dove i prodotti sono solo visti e consultati, mentre il ritiro della merce avviene dal magazzino. Certo, non so in termini di marketing che impatto può avere sul consumatore, e certo non si adatta a tutti i prodotti.

12 giu 2009


Luigi Spagnolo

Trasferire gran parte dell’informazione, compresa quella prossemica, su un dispositivo mobile potrebbe comportare il rischio di distrarre l’utente dall’esperienza fisica.

La soluzione potrebbe essere quella dell’augmented reality: il device mobile – uno schermo o magari un paio di occhiali – mostrano l’ambiente fisico così come ci appare davanti ma “arricchito” di informazioni “personalizzate”: basta uno schermo translucente o anche la fotocamera di uno smartphone che riprende l’ambiente circostante e lo proietta con le informazioni aggiuntive in sovrinpressione.

A pensarci è come se il dispositivo mobile fosse una sorta di versione tecnologica della lente di ingrandimento (che non a caso è l’icona che simboleggia di solito la ricerca).

13 giu 2009


Luca Rosati

Hai ragione! Anche io tendo comunque a ragionare più in termini di integrazione che di sostituzione. Il MIT ha mostrato un aggeggio carino (6th Sense) alla TED conference:
http://www.ted.com/index.php/talks/pattie_maes_demos_the_sixth_sense.html

Tuttavia, se il cellulare è ormai qualcosa che ci appartiene altri dispositivi come questo potrebbero essere ancora percepiti come “estranei”.

Ecco perché penso a qualcosa di contestuale, integrato nell’ambiente, il più possibile “invisibile” (alla Norman).

13 giu 2009


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