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Content strategy: moda o realtà?

Contano più i tubi (l’architettura) o cosa vi scorre dentro (l’informazione)? Lo speciale sulla content strategy del Bulletin of the American Society for Information Science and Technology è l’occasione per fare il punto su quella che sembra la buzzword del momento.

Da qualche tempo è tutto un fiorire di articoli sulla content strategy. Basta vederne l’andamento su Google Trends. Viene da chiedersi quindi se si tratti di una nuova buzzword, l’ennesima moda del momento, o di una effettiva necessità. Sicuramente, l’aspetto modaiolo fa la sua parte, ma probabilmente esso stesso rispecchia un’esigenza reale.

Tubi, di Luciano Caputo.

Cos’è

L’etichetta content strategy designa l’attività di pianificazione e gestione dei contenuti (di un sito o altra applicazione web) che (da sempre) riveste un ruolo strategico nell’ambito dell’architettura dell’informazione e della user experience in generale.

Content strategy has been described as “the practice of planning for content creation, delivery, and governance” and “a repeatable system that defines the entire editorial content development process for a website development project” (Wikipedia).

Nuova moda o altro?

Si tratta quindi di vino vecchio in bottiglie nuove: la content strategy è cioè una pratica inscindibile da quella della progettazione in generale, dato che la stessa architettura dell’informazione poggia sull’ecologia contenuti + contesto + pubblico.

Scinderla dal resto, elevandola a status di vera e propria disciplina, non ha molto senso allora — e qui forse fa il suo gioco la moda del momento. Tuttavia, questo ritrovato interesse per i contenuti (il materiale grezzo con cui ogni knowledge worker ha a che fare) manifesta forse un bisogno reale — e qui entra in gioco l’aspetto serio del fenomeno.

I tubi e cosa ci scorre dentro

È possibile che a furia di concentrarci sulle strutture (l’architettura dell’informazione) si sia perso di vista cosa quelle strutture dovevano sorreggere (i contenuti).

Un po’ come se avessimo studiato tutto riguardo ai tubi e all’ergonomia dei rubinetti, senza però curarci troppo di cosa sarebbe dovuto passarci dentro, cioè senza considerare con la giusta rilevanza il fatto che un altro nostro obiettivo fondamentale è quello di progettare sistemi e processi per strutturare, organizzare, gestire e creare contenuto.

La reazione, o la sveglia, è stata così forte che alcuni hanno sentito addirittura l’esigenza di elevare questo aspetto allo status di disciplina. Ed è nata la cosiddetta content strategy. Un po’ esagerato certo, ma la dice lunga su quanto fosse forte la resistenza ad immaginare noi stessi in maniera più estesa di “interaction designers” (Federico Badaloni).

Sintesi

A conferma che qualcosa in effetti bolla in pentola, il Bulletin of the American Society for Information Science and Technology (numero di dicembre-gennaio 2011) dedica uno speciale proprio alla content strategy: un ottimo modo per avere uno panoramica sul fenomeno.

La sintesi consiste probabilmente nel ricomporre il quadro, e guardare in modo sistemico alla progettazione e a tutto ciò che gli ruota attorno (contenuti, architettura dell’informazione, esperienza ecc.).

Io penso che sia necessario andare addirittura oltre. Se vogliamo aumentare la nostra capacità di incidere positivamente sul bilancio economico delle aziende dobbiamo affinare la nostra capacità di strutturare in maniera flessibile e scalabile sia la logica dei significati che si trovano all’interno del contenuto, che la logica utilizzata per mettere in relazione i vari contenuti fra loro (Federico Badaloni).

Per approfondire