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Indaco. Elogio dell’esattezza nella scrittura

Semplice non vuol dire povero. Utilizzare parole precise attingendo a tutta la ricchezza della nostra lingua significa evocare immagini e suoni vividi, mentre le parole generiche o abusate finiscono per non evocare più nulla.

Lascio ai miei amici
un violetto cobalto per la rêverie
una lacca di garanza che fa sentire il violoncello
un indaco per accordare lo spirito al temporale

non un generico viola, ma un violetto cobalto; non un rosso ma una lacca di garanza; tanto meno un azzurro, ma un indaco – colori (i secondi di ogni coppia) che individuano una tonalità esatta della scala cromatica. Senza questa precisione si perderebbe tutta la potenza evocativa di questi versi. Che non a caso sono stati scritti da una pittrice: la sua identità è svelata al termine di questo articolo, insieme al testo integrale da cui sono tratti.

Maria Helena Vieira da Silva

Evocazione

Semplice non vuol dire povero. L’italiano è una lingua ricchissima: è importante perciò scegliere i termini giusti attingendo a tutta le varietà e i registri della nostra lingua. Perché la parola è anzitutto evocazione, capacità di mostrare e creare mondi attraverso l’occhio e l’udito; i termini abusati diventano logori e finiscono per non evocare più nulla. Lo spiega elegantemente Antonio Tabucchi.

Spesso la pittura ha mosso la mia penna. Se in un lontano pomeriggio del 1970 non fossi entrato al Prado e non fossi rimasto «prigioniero» davanti a Las Meninas di Velázquez, incapace di uscire dalla sala fino alla chiusura del museo, non avrei mai scritto Il gioco del rovescio. […] Dall’immagine alla voce la via può essere breve, se i sensi rispondono. La rètina comunica col timpano e «parla» all’orecchio di chi guarda; e per chi scrive la parola scritta è sonora: prima si sente nella testa. Vista, udito, voce, parola. Ma in questo percorso il flusso non è a senso unico” (Antonio Tabucchi, Racconti con figure, p. 9).

Genericità: gli iperonimi

Ai versi citati in apertura fanno eco le parole di Luisa Carrada, che mette in guardia dalla tendenza molto in voga nelle organizzazioni di utilizzare un termine generico al posto di uno più specifico. Sono i cosiddetti iperonimi

cioè quelle parole generiche che ne includono molte altre o, per dirla con lo Zingarelli, “vocabolo di significato più generico ed esteso rispetto a uno o più vocaboli di significato più specifico e ristretto, che sono in essi inclusi (per es. animale rispetto a cavallo, cane, gatto)” (Luisa Carrada, Atelier).

Fra gli esempi più tipici:

  • eventi al posto di seminari, fiere, workshop, mostre, conferenze
  • contenuti al posto di testi, presentazioni, report, case study, brochure
  • materiali multimediali al posto di filmati, immagini, podcast, slide
  • informativa al posto di lettera, email, circolare, report.

Contro l’indeterminatezza

Anche Pascoli ce l’aveva con l’indeterminatezza. In un celebre saggio, rimprovera a Leopardi proprio l’abuso di iperonimi. Sia chiaro, Pascoli amava Leopardi, ma da grande a grande si permette di sottolinearne un difetto: quello dell’indeterminatezza appunto, per cui “gli ulivi e i cipressi” sono generalizzati col nome di “alberi”, “i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli”.

Pascoli, viceversa, quando si tratta di nominare piante, animali e cose non scherza e attinge tanto alle lingue speciali quanto alla varietà dialettali, percorrendo tutta la tastiera dell’italiano. D’altra parte, il suo gusto per il dettaglio e la determinatezza si mescola spesso a quello complementare per una certa indeterminatezza, così da creare ritmo, drammaticità, contrappunto. Un’analisi lucida ed esatta di questa dialettica determinato/indeterminato è contenuta nel saggio di Gianfranco Contini, Il linguaggio di Pascoli. Un saggio datato ma ancora attualissimo che ha rivoluzionato la lettura di Pascoli, sgretolando l’idea del poeta impressionista e delle piccole cose, a favore viceversa di quello espressionista, sperimentatore e funambolo del linguaggio. (Nel saggio è riportato il brano di Pascoli su Leopardi a cui facevo riferimento sopra).

Un colore per ogni cosa

Una lezione di determinatezza e poesia viene dalla pittrice Maria Helena Vieira da Silva.

Lascio ai miei amici
un azzurro ceruleo per volare in alto
un blu cobalto per la felicità
un azzurro oltremare per stimolare lo spirito
un vermiglio per fare circolare il sangue allegramente
un verde muschio per calmare l’inquietudine
un giallo oro: ricchezza
un violetto cobalto per la rêverie
una lacca di garanza che fa sentire il violoncello
un giallo cadmio: fantascienza, luccichio, splendore
un giallo ocra per accettare la terra
un verde Veronese per ricordo della primavera
un indaco per accordare lo spirito al temporale
un arancione per esercitare da lontano la vista di un albero di limoni
un giallo limone per la grazia
un bianco puro: purezza
una terra di Siena naturale: tramutazione dell’oro
un nero sontuoso per vedere Tiziano
una terra d’ombra per accettare meglio la nera malinconia
una terra di Siena bruciata per il sentimento della durata

(Vieira da Silva, Testamento).

Qui l’originale in portoghese. Su questa poesia e sui suoi colori, Antonio Tabucchi intesse una serie di variazioni che vale quanto l’originale e merita la lettura. La si trova nel racconto Gli eredi ringraziano, contenuto in Racconti con figure.

In chiusura