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Dal design partecipativo all’oggetto partecipato. La forma del futuro di Bruce Sterling

Nel suo libro La forma del futuro Bruce Sterling prospetta un’ulteriore evoluzione di ciò che oggi chiamiamo web 2.0. Fenomeni come il social-networking e la radio frequency identification (RFId) stanno dando vita a una nuova internet delle cose che qualcuno ha già battezzato come web 3.0.

Markets are conversations.

Così nel lontano ’99 recitava il Cluetrain Manifesto. In molti ritornano oggi a questa affermazione sottolineandone la lungimiranza.

Anche il libro visionario di Bruce Sterling, La forma del futuro, si riaggancia a questo concetto, prospettando un design e una interazione conversazionali. Sterling parla di una evoluzione cruciale in atto: quella dal gingillo tecnologico all’oggetto-SPIME (un nuovo tipo di oggetto conversazionale, appunto) e quella parallela dal destinatario-utente all’intermediario (colui che interagisce in modo conversazionale con i nuovo oggetti-SPIME).

La Internet delle cose
Fonte dell’immagine: Mediamatic.net

Gli SPIME (neologismo derivante dalla fusione di SPACE + TIME) sono un’ulteriore evoluzione di ciò che oggi chiamiamo web 2.0: muovendo da fenomeni come il social-networking, la Radio Frequency IDentification (RFID), gli SPIME costituiranno una nuova internet delle cose. Ciò che qualcuno ha già battezzato come web 3.0.

Sterling prospetta un approccio al design che va oltre il concetto di progettazione di un singolo artefatto (oggetto, sito web o altro), ma che abbraccia invece un’idea di design come costruzione di un’esperienza trasversale ai diversi contesti d’uso, con uno spostamento significativo del fuoco dell’attenzione:

  • dall’interfaccia all’interazione
  • dal prodotto al processo
  • dal gingillo allo SPIME.

Questa transizione segna una nuova fase del design, che riporta l’uomo al centro della tecnologia non solo come destinatario finale ma come partecipe (al pari del designer) della “costruzione” stessa dell’oggetto-SPIME, e della relazione uomo-oggetto. Se nell’epoca dei gingilli (quella ancora oggi predominante) siamo utenti finali – dice Sterling – in quella degli SPIME siamo-saremo intermediari (wrangler).

L’idea è che non si considera più un oggetto come un manufatto, ma come un processo […]

Una SOCIETA’ SINCRONICA sincronizza molte storie. All’interno di una SOCIETA’ SINCRONICA qualsiasi oggetto degno di considerazione – da parte di uomini o di macchine – genera una piccola storia. Queste storie non sono archivi polverosi immobilizzati in carta e inchiostro. Sono risorse informative, manipolabili in tempo reale.

Una SOCIETA’ SINCRONICA genera miliardi e miliardi di traiettorie catalogabili, indagabili, tracciabili: schemi di progettazione, produzione, distribuzione e riciclaggio che sono conservati in forma estremamente dettagliata. Sono le microstorie delle persone in relazione agli oggetti […] Queste microstorie informazionali sono soggette a sviluppi praticamente senza fine. Riuscire a sfruttare questo potenziale è una opportunità fondamentale e una sfida per il design di domani (Sterling, p. 45).

E quindi l’oggetto stesso della progettazione si sposta dall’artefatto al processo. Ma in che senso gli SPIME sono un processo e una storia? In che modo essi fondono spazio e tempo? Grazie a una identità e una metrica che li rendono tracciabili in ogni momento nel tempo e nello spazio, e che permettono loro un rapporto conversazionale con l’uomo. E tali identità e metrica sono a loro volta il frutto dell’anima degli SPIME: gli RFID, evoluzione dei vecchi codici a barra.

I codici a barre sono di carta. I codici elettronici sono elettronici. Ecco perché sono in arrivo degli oggetti codificati in EPC [Electronic Product Code]; per la stessa ragione per la quale l’elettronica ha scacciato la carta da una valanga di altre applicazioni. I codici su carta sono troppo lenti, limitati e di limitate prospettive per i […] bisogni […] di chi gestisce l’identità degli oggetti. Sono ben pochi i dati che si possono inzeppare su supporto cartaceo con i codici numerici a barre (Sterling, p. 95-96).

Alla fine del suo ciclo vitale, lo SPIME viene disattivato, […] interamente smontato e reinserito nel flusso manifatturiero. I dati che ha generato rimangono disponibili per le analisi storiche di un’ampia gamma di parti interessate. Tali varietà e livelli d’interesse sono ciò che voi, intermediari di SPIME, considerate d’interesse cruciale. Principalmente e per sempre, lo SPIME è un insieme di relazioni, e d’ora in poi un oggetto.

La chiave dello SPIME è l’identità. Uno SPIME è, per definizione, il protagonista di un processo documentato. È un’entità storica con una sua traiettoria, accessibile e precisa, attraverso Io spazio e il tempo.

Uno SPIME deve quindi essere una cosa con un nome. Niente nome, niente SPIME. Questo rappresenta una seria sfida semantica. Le etichette che attacchiamo agli oggetti non s’identificano mai con i fenomeni stessi; la mappa non può essere il territorio. C’è una relazione complessa e fragile fra etichette e materialità (Sterling, p. 84).

La scheda del libro, nel sito dell’editore.

Per approfondire:

Verso l’Internet delle cose, di Ernesto Hofmann.

Creare esperienze-ponte. Verso un’architettura dell’informazione trasversale, di Luca Rosati.