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Language design. Guida all’usabilità delle parole per professionisti della comunicazione

Il ruolo delle parole nelle interfacce, analogiche, digitali, vocali, è al centro del libro ‘Language design’ di Yvonne Bindi, che fornisce linee guida per quella che potremmo chiamare a tutti gli effetti un’usabilità e user experience delle parole.

Language design. Guida all'usabilità delle parole

Il linguaggio è design

“Facciamo che io ero…”. Con questa formula i bambini costruiscono mondi. E non mondi virtuali, ma mondi realissimi in cui si immergono e agiscono. Nella Genesi Dio crea il mondo attraverso la parola: “Dio disse…”. La parola è uno strumento potente (probabilmente il più potente che abbiamo) che quotidianamente utilizziamo per costruire e modellare la realtà.

Fra linguaggio e design (inteso nella sua accezione più ampia di progettazione) c’è quindi un legame intimo. Di più: il linguaggio è design, è la prima e più raffinata forma di design di cui disponiamo: attraverso di esso diamo forma al mondo (sia interiore sia esteriore), interagiamo con la realtà e con gli altri.

Le parole-interruttore

Sulle parole come design si concentra il libro di Yvonne Bindi. Con un obiettivo pratico: fornire linee guida per progettare interfacce a misura d’uomo. Le parole infatti sono ovunque, nelle interfacce dei siti web, dei software, delle app; nella segnaletica delle città; in quella dei negozi, dei musei, delle stazioni e degli aeroporti. Ci plasmano, aiutandoci o meno a orientarci e a compiere la scelta giusta, così come noi plasmiamo il mondo attraverso di loro.

Parole (o gruppi di parole) come Entra, Invia, Prosegui, Torna indietro […] sono come gli interruttori della luce sui muri, come le manopole dei fornelli del gas, come le maniglie delle porte e ci permettono di agire e muoverci […]. L’importanza della loro usabilità è lampante.

Così, la dicitura Varco attivo all’ingresso di una zona a traffico limitato potrebbe indurci a entrare (forti dell’associazione attivo-aperto), ma facendolo prenderemmo la multa. O la continua ripetizione di “allontanarsi dalla linea gialla”, in un luogo già saturo di stimoli visivi e uditivi come la stazione, non aiuta la comunicazione, né di quel messaggio né di tutti gli altri; gridare più forte produce un sovraccarico informativo che ci porta a non sentire più nulla (oltre che a innervosirci).

Civiltà dell’immagine o della parola?

Per la nostra epoca, che ha visto proliferare schermi grandi e piccoli, si è parlato spesso di civiltà dell’immagine; ma in effetti oggi siamo più che mai una civiltà della parola. Internet, l’email, i nuovi dispositivi digitali hanno portato nuovamente alla ribalta la parola – scritta, detta, ascoltata. D’altra parte, la distinzione stessa fra parola e immagine è tutt’altro che facile da tracciare, visto che le parole sono guardate prima ancora che lette – ci ricorda Yvonne Bindi.

Che con questo libro inaugura un nuovo filone dell’usabilità e dell’user experience design più in generale, quello dedicato alle parole. Non solo quelle scritte e lette, ma anche quelle dette e ascoltate che popolano le interfacce vocali dei call center, dei risponditori automatici, degli assistenti vocali dei sistemi operativi. Se alcuni manuali sul tema del design centrato sulla persona affrontano anche l’aspetto del linguaggio, questo è il primo lavoro dedicato specificamente a questo tema.

Il libro è ricco di esempi e indicazioni pratiche senza rinunciare però alla precisione dei concetti e dei riferimenti sottostanti, secondo uno stile tipicamente anglosassone. Non si tratta per questo del solito cookbook di ricette pronte all’uso destinato a invecchiare in poco tempo, ma di un libro che incarna i principi stessi che contiene; semplice senza rinunciare alla profondità, che fa della fusione fra teoria e pratica, della leggibilità e dell’ironia la sua cifra più rappresentativa.

Per approfondire

  1. Indice
  2. Introduzione
  3. Scheda nel sito dell’editore