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Semplicità Complessità

Cosa lega una tazzina da tè o un piatto da chef con il concetto di semplicità vs complessità? Due delle “leggi della semplicità” di Maeda ci offrono una chiave di lettura dal punto di vista della user experience.

Il problema

Paola Kathuria ha sottolineato recentemente un problema di design che affligge spesso gli chef. Quando ricevono il piatto ordinato, molti clienti mangiano anche gli elementi decorativi (verdure, spezie, salse… utilizzate unicamente come guarnizione dell’alimento principale).

The chef Gordon Ramsay […] said that there had been problems with some of the dishes, including one of shell fish. A couple had ordered it and, when the plates came back, he’d noticed that they’d eaten everything, including the seaweed (Kathuria 2007).

Tutto sommato anche questo è un problema di user experience. Perché avviene? Probabilmente per una questione di prossimità e di affordance – nota Paola.

The problem is of implied functionality according to association by proximity. You order a plate of food; you get a plate with more than you asked for and consider it a bonus, so you eat it. Makes sense.

Similarly, you call up a web page which has sparkle imagery that looks like it wants to be touched. But it doesn’t do anything and the user is left frustrated (Kathuria 2007).

Le leggi della semplicità di Maeda

Probabilmente questo è vero. Ma a me la questione ha fatto venire in mente d’istinto la sesta legge della semplicità di Maeda.

 

Legge 6: Contesto.
Ciò che sta alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico.

[…] Se avessero a disposizione un’area sgombra o una camera in più, gli esperti di tecnologia inventerebbero qualcosa per riempirle; in maniera simile, gli uomini di affari non rinuncerebbero mai a una potenziale opportunità. Un designer, invece, sceglierebbe di fare del suo meglio per preservare il vuoto, perché crede che il nulla sia qualcosa di importante. L’opportunità persa a seguito dell’aumento dello spazio sgombro è compensata dalla maggiore attenzione per ciò che resta. Più spazio bianco significa che viene presentata meno informazione e, allo stesso tempo, che una maggior attenzione sarà dedicata a ciò che è stato reso meno disponibile. Quando le cose di cui disponiamo sono poche, le apprezziamo molto di più.

[…] Personalmente, ho provato questa sensazione durante una recente escursione nel Maine. Ho notato che i sentieri erano segnalati con dei rettangoli di un blu vivace. Ogni via era percorribile con facilità, grazie alle buone condizioni del terreno, ma ogni tanto mi fermavo a chiedermi “dove vado adesso?”. E quasi per magia uno di quei segnali blu, che in precedenza avevo relegato sullo sfondo del mio campo percettivo, “saltava” letteralmente in primo piano. Una volta ritrovata la direzione, tornavo lentamente alla meravigliosa vista della foresta, con la soddisfazione e la tranquillità tipiche di un’escursione in montagna (Maeda 2006, 77, 80, 86).

Presumendo che la pietanza principale stia (più o meno) al centro del piatto e la decorazione ai lati, potremmo applicare la legge stabilendo le corrispondenze: pietanza/centro del piatto = semplicità; decorazione = periferia.

Nel suo blog, Maeda riporta anche l’esempio di una tazza di tè verde, servita al bar con relativo piattino e una fetta di limone con bandierina.

Shortly after I arrived in Milan, I ordered a green tea. By the time I was to finally leave the cafe, I realized that the little decorative display that came with my tea was functional ? my mind sort of blocked it out as being a lemon slice and instead interpreted it as some kind of flower. Looking at it now, the shrouded toothpick seems to signal a kind of warning to me to “stay away”; and furthermore green tea is not normally served with lemon. There was a mixup of competing CONTEXT-s for my attention, and my jetlag wasn’t helping any bit (Maeda 2007)

La morale

Insomma. Centro e periferia, pieno e vuoto, semplicità e complessità formano un ecosistema; non solo non si oppongono ma sono complementari gli uni agli altri.

Legge 5: Differenze.

La semplicità e la complessità sono necessarie l’una all’altra.

Mi sono tornate in mente queste cose leggendo il commento di Luisa Carrada a un brano del mio libro Architettura dell’informazione: Trovabilità dagli oggetti quotidiani al Web (l’autocitazione non suoni come autocompiacimento!).

La questione della semplificazione è cruciale nella scrittura professionale. Semplificazione come miraggio e obiettivo, che rischia spesso di essere presa per faciloneria e approssimazione. Può la semplificazione essere lo strumento per comunicare mondi, siti, temi per loro natura complessi?

[…] Guidare inizialmente la scelta attraverso forme di organizzazione logica o tematica è una forma di semplicità; permettere di ampliare il campo della scelta, contestualmente al settore di interesse, è una forma di complessità: integrarle significa poter passare dal semplice al complesso, riducendo il tempo e lo stress. Spesso utilizziamo il termine “complesso” in un’accezione negativa, come sinonimo di “difficile/difficoltoso”, ma la complessità è un bene, il problema sta solo nel renderla esplorabile, praticabile.

Semplicità e complessità sono complementari, e se opportunamente gestite possono fondersi in modo virtuoso.

Sfoglio i vocabolari.

Complesso significa “intrecciato”, “composto da più parti, interdipendenti tra loro”. La sua origine latina rimanda ad “abbraccio” e “abbracciare”.

Complicato significa “difficile, intricato, confuso”, “difficile da affrontare e da capire, che ha e pone problemi” (Carrada 2008).

È un’idea cui sono da sempre molto affezionato. Le parole di Lusa Carrada arricchiscono la questione di un ulteriore punto di vista.

Per approfondire