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Bestiario di architettura dell’informazione

Animali come l’ornitorinco, l’orso polare e quelli di una strana fattoria di peluche ci ricordano alcune lezioni fondamentali, tanto da divenire veri e propri emblemi dell’architettura dell’informazione e dell’organizzazione della conoscenza più in generale.

Nei libri e nella storia dell’architettura dell’informazione abbondano gli animali, tanto da divenire spesso vere e proprie mascotte di questo sapere. E allora perché non inaugurare l’anno con un bel bestiario?

Qual è lo scopo? È un modo tutto animale per ricordare alcune lezioni fondamentali dell’architettura dell’informazione. E di farlo in modo divertente (almeno, io mi sono divertito a scriverlo).

I bestiari medievali erano opere a carattere didattico che descrivevano natura e proprietà degli animali con lo scopo di ritrovarvi insegnamenti religiosi e morali. L’enciclopedia Treccani ci ricorda che “i bestiari rientrano nella concezione, tipicamente medievale, della natura come ‘simbolo’ di verità più profonde”.

L’ornitorinco

Platypus in Geelong, TwoWings, Wkipedia en.

Nomi incerti: watermole, duckbilled platypus, platypus paradoxus; mammelle senza capezzoli e uova che non si trovano. Per decenni i ricercatori si sono accapigliati riguardo alla collocazione da dare a uno strano animale, grande come una talpa, con il becco di un’anatra, la coda, le zampe palmate. Scoperto in Australia sul finire del Settecento, l’ornitorinco (sì, stiamo parlando di lui) ha rappresentato per più di ottant’anni un vero e proprio rompicapo per la classificazione di Linneo, la tassonomia tuttora utilizzata nelle scienze naturali. All’aspetto bizzarro, l’ornitorinco unisce un comportamento altrettanto originale: depone infatti le uova ma allatta i piccoli; tanto da meritare infine una classe tutta sua nella classificazione di Linneo (quella dei monotremi). La storia di questo animale e le vicissitudini scientifiche che l’hanno accompagnato sono ripercorse in un famoso libro di Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco (in particolare al cap. 4). Eco prende a prestito il caso dell’ornitorinco per farne l’emblema di un’importante questione filosofica.

Lezioni apprese

Quali lezioni possiamo trarre dalla storia dell’ornitorinco?

  1. Nessuna classe ha chiari confini: attribuire un elemento a una classe non sempre è facile, specie se l’oggetto presenta caratteristiche ibride. Qualunque combinazione o schema si scelga, non otterremo mai un confine netto fra le varie classi, ma solo fra i loro elementi più rappresentativi, cioè i prototipi della classe. Se penso a un mammifero è più probabile che mi venga in mente un cane o un gatto che non un ornitorinco.
  2. Nella navigazione all’interno di una gerarchia, è utile condurre il prima possibile le persone agli elementi più prototipici. Così come usare i prototipi per rappresentare/etichettare una classe agevola le persone nel processo di comprensione e scelta.
  3. Non sempre gli elementi che appartengono a una medesima classe possiedono un insieme stabile di proprietà condivise; spesso condividono solo un nucleo centrale di caratteri tipici. Così, l’ornitorinco presenta solo alcune delle proprietà dei mammiferi ed è meno centrale rispetto a un cane o a un gatto.
  4. Ne consegue che all’interno di una medesima classe vi sono elementi che sono più “centrali” e quindi rappresentativi della classe stessa, e che fungono perciò da prototipi di quella classe.
  5. L’architettura dell’informazione è un sapere ibrido: questioni come l’appartenenza a questa o quella disciplina, o la supremazia rispetto ad altri campi hanno poco senso. Sarebbe come voler smontare l’ornitorinco.

Donna Spencer ha sintetizzato molto bene questi aspetti nel suo intervento Women, fire & dangerous things. What every information architect should know.

L’orso polare

Polar Bear Sniff, Anita Ritenour, Flickr.

L’orso polare è un grande mammifero che vive nel circolo polare artico, dimora sui ghiacci ma è anche un abilissimo nuotatore.

La sua popolarità nell’ambito dell’architettura dell’informazione è dovuta al libro di Rosenfeld e Morville, Information architecture for the world wide web, sulla cui copertina campeggia appunto un orso polare. (Motivo per cui ci si riferisce spesso a questo testo come Polar bear book). Secondo il folklore locale, le popolazioni artiche avrebbero imparato a cacciare e a costruire igloo proprio dagli orsi polari. Di qui forse la sua scelta per la copertina.

Frequenti apparizioni di orsi polari nella serie Lost sembrano suggerire inoltre un legame sottile con il tema della findability o trovabilità. Mentre una variante tutta mediterranea è stata di recente scoperta in Sardegna, variante battezzata col nome di Polar bear SardinIA edition.

Lezioni apprese

Il merito del polar bear (book) è senz’altro quello di aver portato i principi della biblioteconomia nell’ambito del web, ibridando il rigore della biblioteconomia più tradizionale con i settori dell’information retrieval e della human-computer interaction. Si tratta di un passaggio prezioso, che da un lato ci ricorda la natura ibrida della nostra professione, e dall’altro ci mette in guardia da certe tentazioni moderniste. La tentazione cioè di buttare via saperi “vecchi” in nome dell’ultima tecnologia o etichetta di moda. Vanificando proprio quanto vi è di più prezioso nella nostra “disciplina”: la sua inter- o meta-disciplinarietà, il suo carattere ibrido. (Il che ci riporta all’ornitorinco).

La storia di questa ibridazione è ripercorsa nell’articolo del Journal of information architecture, A brief history of information architecture.

La fattoria di Gaia

Fattoria di Gaia, Andrea Resmini.

Quella di Gaia è una fattoria sui generis, una fattoria portatile formata da animali di peluche. Ne fanno parte una foca, un asino, due elefanti, un coniglio, una pecora, una puzzola, un pinguino, un ornitorinco (eccolo che ritorna), e due cani. Gaia non raggruppa i suoi animali secondo il sistema di Linneo: la loro appartenenza a una specie o all’altra non interessa a Gaia. Che invece li classifica così:

  • la foca, l’asino e il primo elefante stanno insieme perché sono amici
  • il coniglio è amico del gruppo foca-asino-elefante, ma viene dallo stesso posto della pecora; così sta in mezzo a questi
  • la puzzola e il pinguino stanno insieme perché sono dello stesso colore; inoltre il pinguino sta insegnando alla puzzola a nuotare
  • il secondo elefante e l’ornitorinco hanno la stessa età e giocano insieme; ma l’ornitorinco ha il becco come il pinguino quindi fa gruppo anche con questo
  • i cani stanno da soli perché preparano spesso barbecue per arrostire gli altri animali.

Lezioni apprese

Una classificazione simile sembra paradossale e ricorda da vicino l’enciclopedia cinese citata da Borges in un suo famoso saggio. Ma quella che a prima vista può sembrare una bizzarria è in effetti funzionale allo scopo che questa strana fattoria ha: il gioco (e la visione del mondo) di una bambina di sette anni (e il gioco è una cosa serissima, ci insegna la psicologia).

La mancanza di coerenza (in senso bibliotecario) che la fattoria di Gaia porta con sé è superata da una coerenza superiore che è quella dello scopo della classificazione stessa. Ciò non significa affermare una forma di relativismo per cui tutto e il contrario di tutto può funzionare. Ma significa che non esistono classificazioni giuste o sbagliate, ma soltanto più o meno aderenti a un certo scopo. L’idea di una classificazione scientifica, definita come tale sulla base di una serie di regole a-priori è un miraggio; viceversa ogni classificazione è sempre inevitabilmente un insieme di scientifico ed empirico. Più che a una coerenza aprioristica essa risponde alla salienza: cioè alla capacità di essere funzionale allo scopo per cui è concepita.

Il tema della coerenza/correttezza di una classificazione è ripercorso nell’articolo Le liste vertiginose di Umberto Eco.