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La content strategy e i due assi dell’architettura dell’informazione

Contenuti fatti a pezzi come costruzioni Lego e pezzi ricomposti in forme continuamente nuove: come conciliare queste tendenze che il web 2.0 e post 2.0 sta esasperando? E che impatto hanno sulla progettazione dei contenuti stessi?

Aggregare e disaggregare: due processi complementari

Un contenuto complesso è una costruzione Lego. Per ottenerla è necessario comporre nel giusto ordine un insieme eterogeneo di mattoncini. Oggi, tuttavia, la costruzione è sempre meno fruita nella sua forma originale: sempre più spesso i mattoni sono smontati, messi in circolo, e riaggregati in forme nuove.

Eppure un edificio non è semplicemente la somma delle sue parti. Come conciliare allora queste due tendenze apparentemente opposte? Aggregare e mantenere le singole unità in un edificio coerente, da un lato; (permettere di) scomporle e ri-aggregarle in forme nuove (diverse da quelle iniziali), dall’altro.

Ecco: questi due fenomeni vanno insieme. Vanno cioè concepiti in modo complementare anche da chi progetta, produce e confeziona i contenuti. Come scrive Federico Badaloni, insomma, una buona architettura informativa — e quindi una buona content strategy — deve abilitare entrambi. Deve permettere cioè di esportare singole parti (o gruppi di parti) della costruzione, ma anche la mappa, le regole che tengono insieme quelle parti facendone un tutt’uno coeso.

E questo, se ci pensiamo bene, permette di risolvere anche tanti dilemmi sul futuro della carta stampata: carta e bit, media tradizionali e nuovi, fisico e digitale non si oppongono ma sono fra loro complementari. Insomma, un contenuto, è un sistema complesso che è più e meno delle somma delle sue parti; è un frattale in cui il tutto è nella parte e viceversa (come il pensiero complesso ci insegna).

Qualche esempio

Luisa Carrada usa la metafora del millefoglie per descrivere strategie di questo tipo, citando vari casi al riguardo.

Nella stessa direzione si muove il progetto Article of the Future lanciato da Elsevier e Cell Press. Ormai tutti i grandi editori concepiscono i propri contenuti (articoli, riviste, libri) come ecosistemi: c’è l’intero cartaceo e c’è la versione digitale, concepita però come un millefoglie di cui ciascuno può prendere ciò che vuole (il tutto, la parte e perfino la parte della parte).

I più audaci si spingono anche oltre: prevedendo la possibilità di esportare e ri-aggaregare in modi imprevisti i vari pezzi (in fondo il concetto di complessità porta con sé anche quello di impredicibilità).

Fra gli altri, ricordo il progetto BCC Backstage.

Un esempio di giornale che scaturisce da queste idee è Il Post. Il Post è soprattutto costruzione del contesto: il suo valore aggiunto sta cioè nel ricucire in una storia compiuta le notizie apparse nei vari media. Fornire la cornice che manca altrove, come spiega l’intervista al direttore Luca Sofri di Sergio Maistrello.

Lezioni apprese

Ogni architettura informativa possiede due dimensioni o assi:

  • un asse verticale, che rappresenta le relazioni gerarchiche fra gli elementi di un sistema e stabilisce a quale categoria appartenga ciascun elemento (pensiamo alla classica tassonomia, al palinsesto ecc.)
  • un asse orizzontale che rappresenta le relazioni di contiguità semantica fra elementi appartenenti a differenti categorie (della tassonomia o del palinsesto) o anche a differenti media o canali (carta e bit, fisico e digitale ecc.).

La scomposizione di un contenuto in unità ordinate gerarchicamente fra loro fa riferimento all’asse verticale. La loro ri-aggregazione in forme complesse fa riferimento all’asse orizzontale.

Il tutto sembra perfettamente sintetizzato in una delle Leggi della semplicità di Maeda:

Law 5: Differences

Simplicity and complexity need each other.

A ciascuno il suo: ovvero chi ha ispirato questa riflessione

Come Il Post, anch’io mi sono limitato più a collegare che a produrre ex-novo. Così, molte di queste idee sono debitrici all’articolo di Federico Badaloni, Architettura dell’informazione giornalismo e cross-medialità. Dal giornale-cattedrale all’universo liquido, apparso la settimana scorsa su Trovabile. Eccone un estratto.

L’avvento del digitale […] ha frantumato “il contenuto nelle sue unità elementari, le quali hanno fatto premio sui contenitori”. Si pensi in proposito allo scardinamento del valore dell’album in ambito discografico in favore dell’acquisto dei singoli brani in esso contenuti. […]

Anche i giornali, come gli album, possono essere intesi come collezioni ordinate di oggetti: le notizie. Si tratta però di collezioni che esprimono un valore aggiunto rispetto alle notizie contenute: la prospettiva, la ricostruzione del contesto che serve a comprendere meglio ognuna di esse. In altre parole, il giornale raccoglie storie, intese come gruppi di notizie e crea allo stesso tempo un contesto generale che serve a comprendere l’importanza relativa ad ogni storia rispetto alle altre. Sono proprio le storie le vere unità elementari di un giornale.

È questo il valore aggiunto dalla intermediazione giornalistica.

Le parole di Badaloni mi hanno fatto tornare in mente quelle di Stefano Quintarelli, apparse su un numero di Nòva 24 dell’anno scorso, che avevo messo da parte e sono andato a recuperare. Nell’articolo, intitolato Mediagrammi d’informazione, Quintarelli scrive.

Cos’è quindi un editore […] post-digitalizzazione? Cos’è una televisione? Questa distinzione avrà ancora senso? James Spanfeller, presidente di Forbes ritiene che nel futuro le storie dovranno essere raccontate in prosa, video e dati, anche tutti assieme. Ogni concetto, ogni informazione viene così rappresentata da uno o più di questi elementi portatori di informazione, in formati diversi, chiamati “mediagrammi”.

In genere un mediagramma rappresentativo è sufficiente: lo è sempre stato finora nell’editoria tradizionale in cui tv, radio, giornali erano monoliti sostanzialmente isolati […]

Questo è certamente un compito da “nuovo editore”. La rappresentazione ed erogazione dello stesso concetto utilizzando mediagrammi diversi, aggregandoli ed erogandoli, a seconda del dispositivo di fruizione che l’utente vorrà scegliere per il suo contesto d’uso.

Per approfondire

Per approfondire rimando anzitutto ai due articoli già citati di Federico Badaloni e Stefano Quintarelli.

La bibliografia dell’articolo di Badaloni è una miniera di risorse sul tema. A queste, aggiungo: