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La classificazione come investimento

“L’indicizzazione semantica, e la classificazione in particolare, rappresentano un investimento”. E come tutti gli investimenti, nel breve termine comportano dei costi, ma poi, nel breve e lungo periodo, se ne vedono i guadagni.

L’indicizzazione semantica, e la classificazione in particolare, rappresentano un investimento […]. Come tutti gli investimenti, nel breve termine la classificazione comporta dei costi rilevanti: costi che difficilmente si sarà disposti ad affrontare fintanto che si sia impegnati a cambiar d’abito […] secondo l’ultimo grido delle tecnologie, delle scelte di immagine o dei cambiamenti di poltrona… Ma, come tutti gli investimenti, se impostata e seguita oculatamente, nel lungo termine darà anche immancabilmente i suoi frutti

È quanto scrive Caludio Gnoli nel suo articolo “La classificazione come investimento nella qualità dell’informazione”. Ma ciò che Gnoli sostiene a proposito delle biblioteche (depositarie da secoli della classificazione) vale a maggior ragione per il web. Anche qui, spesso, le aziende sono più attente all’ultima moda in fatto di software che a una efficace organizzazione delle informazioni, tanto sul versante Intranet quanto su quello Internet.

I siti odierni sono ormai complessi raccoglitori di contenuti, destinati quindi nel breve o medio
periodo a una forte crescita. Se l’organizzazione dei contenuti non è stata pensata fin dall’inizio in modo dinamico e flessibile (guardando avanti) accadrà ben presto che l’architettura del sito non sarà più in grado di accogliere in modo appropriato i contenuti stessi. Soprattutto, non sarà in grado di raccoglierli in modo funzionale alle diverse necessità di accesso e ricerca del pubblico. Un’informazione non che non è ri-trovabile equivale a una informazione inesistente.

I paradossi della tecnologia

A proposito di questa visione spesso distorta della tecnologia, a discapito dei contenuti e
dell’usabilità, mi vengono in mente Donald Norman e Walter Vannini. Ne
La caffettiera del masochista
, Norman mette in guardia dal cosiddetto
“paradosso della tecnologia”:

Dopo che la produzione si è stabilizzata, i nuovi arrivati inventano il modo di aggiungere
potenza e capacità operative, ma sempre a prezzo di una maggiore complessità e
talvolta di una affidabilità minore.

Nella sua prefazione al bellissimo Interfacce a misura d’uomo di Jef Raskin, Vannini parla di un altro paradosso, quello della “autoreferenzialità del software”.

I computer di oggi sono enormemente più potenti, hanno più memoria, più velocità, più funzioni… ma sembra che queste capacità vengano usate quasi solo per fare quello che non ci serve. […] Il software […] è […] uno status-symbol che […] è autoreferenziale, si giustifica da sé. La metafora definitiva per comprendere il software è quella religiosa: il software è un culto settario, con la sua liturgia e i suoi ministri, di cui siamo tutti adepti. […] Non si impara cosa siano la comunicazione, la progettazione, la programmazione: si impara ad usare Windows XP, Office XP, Flash 3, Visual Basic 6.0. Il software è un dettaglio, la versione è tutto.

Riguardo l’investire in un bene così immateriale come la classificazione, penso alla rilevanza che tale investimento potrebbe avere in termini di ROI per le aziende. Se la conoscenza è la ricchezza di una azienda (e se questa è insita nei documenti, nelle procedure e nelle persone), quanto sarebbe utile allora possedere un criterio di classificazione unitario per tutte le risorse: documenti, metodi, persone. Come si vede, una procedura simile va oltre il concetto di tecnologia: sta a monte. Prima del Web e di qualunque applicativo.

Quale classificazione?

Fra le tecniche di classificazione, poi, la classificazione a faccette
(o multidimensionale) è quella sicuramente più potente e versatile. Tuttavia, specularmente a ciò che è avvenuto per il software, i sistemi che si sono affermati come standard nella stessa biblioteconomia sono assai distanti da quello a faccette.

Cavaleri ha argutamente definito [la classificazione a faccette] “i Betamax delle classificazioni”:
di minor successo in termini di popolarità nonostante i loro superiori pregi tecnici.
Prendendo in considerazione la diffusione di manualistica, documentazione e strumenti compatibili, l’analogia potrebbe estendersi ad altri prodotti tecnologici, quali i personal computer IBM e Macintosh, i sistemi operativi Windows e Linux, e così via. L’effetto della “guerra degli standard” è tale che, per l’influenza delle grandi biblioteche statunitensi, è alquanto diffusa anche la classificazione della Library of Congress (LCC), di concezione addirittura più arretrata della CDD.

L’articolo completo La classificazione come investimento nella qualità dell’informazione